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September 22, 2016

Why you should go see the exhibition "L’Arma per l’Arte e la Legalità" if you are in Rome


Why you should go see the exhibition "L’Arma per l’Arte e la Legalità" if you are in Rome between now and October 30, 2016.

First there is a 1919 sketch by Amedeo Modigliani, Jeune femme attablée au café stolen from the tony Parisian residence of a private collector in 1995.   It was recovered in Rome this past summer thanks to the watchful eyes of investigative officers of the Ufficio Comando – Sezione Elaborazione who work with the Carabinieri's specialized art crime database, Leonardo. Reviewing upcoming auctions, the team spotted the artist's drawing blatantly up for sale with a hefty €500,000 starting bid.

Then there are four of the 17 recovered artworks stolen November 19, 2015 from the Verona Civic Museum of Castelvecchio in northern Italy as well as some of the more impressive antiquities from Operation ‘Antiche Dimore’ conducted in 2016.  This seizure recovered 45 shipping crates of ancient art worth an estimated € 9 million intended for the English market, Japanese and American antiquities markets. The objects date from the seventh century BCE through to the second century CE and originate from clandestine excavations conducted over the past thirty years in Southern Etruria.

But if you think big time tomb raider busts only involve the much talked about powerhouse dealers like Robin Symes and Giacomo Medici, think again.  This exhibition also has a kylix attributed to the Greek painter of Andokides, an ancient Athenian vase painter who was active from 530 to approximately 515 BCE.  This gorgeous drinking vessel was recovered in Munich of this year as part of an extensive police investigation involving 27 suspects who worked in an organised network forming all the links in the illicit looting chain from grave robbers to fences to middlemen transporters stretching from Southern Etruria all the way up to Germany.


The exhibit also showcases the tools of the Tombarolo. Grave robbers of the third millennium merge modern grave robbing technology, using metal detectors, battery-operated headlamps and headphones with still functional old fashioned ones like the spillone and badile (a long flexible metal rod and shovel).  With these weapons they plow antiquities-rich fields searching, and all too often finding, lost treasures hidden for centuries.


The metal rod hasn't changed much over the years.  It is a simple pole used to probe the ground.  When the rod is hammered or twisted into the ground and comes in contact with an air pocket or something solid, looters dig a test hole knowing that below there is likely to be an environment created by man such as a chamber tomb.  Ancient tombs are known to possibly contain sarcophagi, vessels of all kinds, jewelery, and coins make them attractive for looting. Undocumented, the freshly dug illicit antiquities then flow into the licit market, and through laundering often become the "property of a Swiss gentlemen".

As the largest exhibition of stolen art in the world, the 200+ objects in this Rome exhibition are impressive.  The fact that we can see them is thanks to the unprecedented collaboration between MiBACT, the Italian Ministry of Heritage and Culture and Tourism, the National Gallery of Ancient Art of Rome - Palazzo Barberini, the University of Roma Tre (Department of Humanities) and the hardworking Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.  

To bring art crimes to the public's attention the collaborators have enriched the exhibition space with educational panels, made by the University of Roma Tre to help visitors gain a better understanding of the damage caused by the illicit trafficking.  These panels also explain in detail the process of investigations and recoveries, as well as the importance of protecting art in advance of it going missing.

If you ever wanted irrefutable proof that a large, well trained police force can have an impact on art crimes, this exhibition both visually and emotionally hands you that evidence wrapped in a painfully vivid, artistic bow.

Want to whet your appetite to what you will see on display?  Take a look at this video taken at the exhibition's opening and see if you spot other works that you know. 



This free exhibition runs through 30 October 2016 in Rome at:
Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma
Palazzo Barberini
Via delle Quattro Fontane 13 – Roma
Opening hours 10-18
(Closed on Mondays)

August 6, 2014

FORTE CESARE: perso, dimenticato, e forse ritrovato?

Forte Cesare, 2013
di Luca Antonini, diploma di specializzazione Arca e residente ad Amelia, Italia
Le foto sono di C. Sezgin

L’Italia è famosa nel mondo per il suo ricco e diversificato patrimonio culturale e ambientale, in parte ben conservato nei vari musei di cui è ricco il suo territorio, in parte ancora presente nei siti storici o archeologici di origine; ciò nonostante, una sua fetta consistente giace tristemente dimenticato o trascurato.

L’abbondanza di elementi di interesse storico, artistico e architettonico ha sempre sollevato questioni di  conservazione, spesso in relazione alla limitatezza delle risorse disponibili o alle capacità pubbliche di gestione e di governo. Anche a livello locale, la mancanza di chiarezza, risorse e linee guida ha spesso ingigantito i problemi, e le ambiguità hanno facilitato fenomeni criminali quali saccheggi, atti di vandalismo, oppure dinamiche distruttive avviate da eventi naturali, come inondazioni o terremoti.

Forte Cesare è il nome di un complesso di antichi edifici costruiti sulla cima di una collina in posizione strategica, dominante rispetto ad alcune vallate dell’Umbria centrale, nel cuore dell’Italia. Amministrativamente, ricade nel territorio comunale di Montecastrilli, in provincia di Terni: 30 km a ovest di Orvieto, 20 a sud di Todi, 12 a nord di Amelia e 85 a nord di Roma. Forte Cesare è sempre stato in mani private fino all’inizio del ventesimo secolo, quando entrò a far parte del patrimonio del Comune di Amelia. Recentemente, l’Amministrazione Comunale ha venduto Forte Cesare ad un operatore privato, intenzionato a restaurarlo e riutilizzarlo.

Il sito fu probabilmente abitato al tempo dei Romani, ma le fondamenta degli edifici oggi visibili risalgono al VI – VII secolo d.C., quando un forte era stato edificato lungo la via Amerina, un importante tratto del Corridoio Bizantino. Dopo la caduta dell’Impero Romano del 476, varie vicende e occupazioni si susseguirono nell’Italia centrale, fino al 584, quando Ravenna divenne la città di riferimento dell’Esarcato Bizantino, una sorta di provincia dell’Impero Romano d’Oriente la cui capitale era Costantinopoli. Il resto dell’Italia era stato invaso da varie popolazioni provenienti dal nord Europa. Il solo collegamento sicuro tra Roma e Ravenna era proprio questo corridoio che attraversava l’Italia centrale da poco occupata dai Longobardi, tra l’attuale Toscana a ovest e il Ducato di Spoleto a est: partiva dalla via Cassia, pochi chilometri a nord di Roma, e si riuniva alla via Flaminia pochi chilometri a sud di Ravenna. Il Corridoio Bizantino era una sorta di  passaggio garantito, e al suo interno il tratto indicato come Via Amerina toccava, tra le altre, le città di Orte, Amelia, Todi e Perugia. E Forte Cesare, guarnigione fortificata, aveva il compito di proteggere persone e beni in transito in entrambe le direzioni; probabilmente era anche un luogo di ristoro, di riposo per la notte, oltre che stazione di posta.

Successivamente, il complesso entrò a far parte delle Terre Arnolfe, sotto il controllo dell’Arcivescovo di Spoleto tra il X e l’XI secolo, ma nessun documento ufficiale precedente al XVI secolo sembra sopravvissuto fino ai nostri giorni. La prima testimonianza scritta riporta la cessione di Forte Cesare dalla famiglia Stefanucci agli Atti, una potente famiglia Guelfa originaria di Todi e dominante su Viterbo.

Tra il XVI e il XVII secolo, Forte Cesare fu radicalmente trasformato da sito militare a complesso residenziale. Solo la torre rimase nella sua originaria posizione dominante, mentre tutte le altre costruzioni vennero ricomprese in una nuova villa a tre piani.

Fino ad allora, troviamo il toponimo indicato come “Peroccolo”, in particolare in alcune mappe redatte nel Vaticano nel XIX secolo ma attestanti la situazione sei secoli prima. La prima volta che si incontra ufficialmente il lemma “Cesare” per indicare il sito, risale ad una carta datata 1629; il motivo può essere ricondotto al nome del condottiero che probabilmente sfruttò quel forte nelle sue campagne nel corso del XV secolo: Cesare Borgia, il cui casato sosteneva lo Stato Pontificio nello scontro tra famiglie Guelfe e Ghibelline. Questa è la ipotesi più accreditata, rispetto alla denominazione ancora oggi utilizzata.

Alla fine del XVIII secolo, Forte Cesare fu donato dal Vescovo Francesco Atti alla Propaganda Fide, un’organizzazione creata dallo Stato Pontificio per sostenere attività missionarie e altre iniziative correlate, inclusa la gestione di terreni e altri beni immobili. Propaganda Fide lo affittò immediatamente alla famiglia Verchiani, e pochi anni dopo lo vendette alla famiglia Ciatti, esattamente nel 1808. Angelo Ciatti, ultimo discendente di questo casato, donò l’intera proprietà alla sua morte (1922) al Comune di Amelia.

La gestione comunale risultò problematica fin dagli inizi. Col suo testamento, Angelo Ciatti intendeva indirizzarne le rendite al Collegio Convitto Boccarini di Amelia, sostenendo in tal modo – con un atto di carità - il sistema educativo locale. Il collegio, inizialmente gestito dall’ordine Francescano, passò nel 1932 ai Padri Salesiani; era la più importante scuola non solo in Amelia, ma nell’intero circondario di piccoli e grandi villaggi, nel raggio di parecchi chilometri. In accordo alle volontà di Angelo Ciatti, Amelia divenne il più importante centro scolastico dell’intero territorio rurale; altre istituzioni di pari livello erano localizzate solo a Todi, Orvieto e Terni.

Due problemi emersero dal lascito Ciatti: dapprima una forte opposizione legale da parte di alcuni famigliari, che tentarono di invalidare la volontà di trasferire la proprietà al Comune di Amelia. In secondo luogo, mentre Amelia era il Comune proprietario, terreni ed edifici rientravano nel territorio sotto il governo del Comune di Montecastrilli; i ruoli erano differenti, essendo il primo formale proprietario, mentre all’altro competeva l’indirizzo urbanistico e territoriale. In effetti tale dualismo non sembra abbia inizialmente creato serie questioni tra le parti, ma senza dubbio costituì la ragione di alcune incertezze, di mancanza di collaborazione e di alcuni scarichi di responsabilità che si verificarono nei decenni successivi. Alla fine della seconda guerra mondiale, terreni ed edifici vennero affittati a locali famiglie di agricoltori, e successivamente al Molino Cooperativo, che si occupava di alcune fasi di trasformazione dei raccolti di cereali prodotti nel comprensorio. E’ specialmente dopo il terremoto del 30 luglio 1978 che le condizioni di degrado iniziarono a far sentire i propri effetti su terre ed edifici, e probabilmente in questo stesso periodo iniziarono, o si accentuarono, furti e saccheggi. Ben prima della conclusione del ventesimo secolo, il bene si trasformò per Amelia da risorsa a problema.

Nel 1986, il Comune di Amelia chiese dei contributi pubblici per lo sviluppo economico dell’area, attraverso il programma P.I.M. gestito dal governo regionale dell’Umbria. Forte Cesare era formalmente compreso nel patrimonio oggetto di rilancio, in ben tre misure: la “A”, con 20 ettari di terreni assegnati all’allevamento di daini; la “D”, tra 120 e 150 ettari destinati all’allevamento di ovini; e infine la “E”, la proposta di restauro della villa: una scuola professionale per l’agronomia e l’ospitalità rurale, oltre a un ristorante e a una sezione espositiva per la promozione delle produzioni locali, erano compresi nel progetto, il cui valore (per la sola misura E) ammontava a 1,5 miliardi di Lire. Il programma P.I.M. non fu finanziato, e quindi mai realizzato. Si tratta del solo documento programmatico esistente, nel quale una vaga visione di soluzione integrata era stata delineata ed effettivamente tentata, mettendo insieme terra e immobili. In ogni caso, tali proposte contenevano un grande difetto: la negazione di una qualsiasi consapevolezza e valorizzazione culturale, storica e paesaggistica, sia nell’analisi che nelle conseguenti proposte presentate. Conseguentemente, vent’anni dopo la presentazione delle bozze di progetto in ambito P.I.M., questo susseguirsi di approcci muddling through, o “dell’improvvisazione”, porterà alla vendita di Forte Cesare ad un soggetto privato, in condizioni di ulteriore abbandono, danneggiamento e saccheggio.

Quando il passaggio di proprietà fu perfezionato nel 2005, nessun inventario fu annesso al contratto. Con riferimento al testamento olografo di Angelo Ciatti, originariamente Forte Cesare comprendeva:

BENI IMMOBILI – la villa, circondata da altri 4 edifici minori, le cisterne (elemento molto importante, in quanto quei territori sono generalmente considerati ricchi di risorse idriche, con l’eccezione della collina su cui è costruito proprio Forte Cesare), un grande giardino con vigna, delimitato da un muro perimetrale; la Cappella; le fonti di acqua; i terreni agricoli (per pastorizia e coltivazioni); i boschi e la macchia circostante la villa; il frutteto, che comprendeva ulivi, castagni, viti e altre cultivar

ALTRO – Arredi sacri, non meglio specificati; mobili, suppellettili e accessori domestici; dipinti (non specificati nel numero, nella posizione, nella datazione e nell’attribuzione); altri utensili rurali di uso individuale; bestiame e raccolti.

Questa elencazione sembra essere l’unica forma di inventario mai eseguita su Forte Cesare e sul suo patrimonio mobile e immobile. Una circostanza che lo rende particolarmente prezioso, nonostante la sua genericità. Gli attuali proprietari hanno nel frattempo lavorato ad un progetto che mira al recupero strutturale e funzionale degli edifici, oltre che all’utilizzo economico dell’intera area. Tali progetti non sono ancora stati approvati dalle competenti Autorità pubbliche. L’iter autorizzativo prevede il coinvolgimento del Comune di Montecastrilli, della Provincia di Terni, della Regione Umbria e della Soprintendenza Regionale ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici.

L’idea punta alla creazione di una struttura ricettiva di segmento superiore con annessi servizi sportivi e ricreativi, tra i quali un campo da golf da 18 buche e una sezione termale. Un progetto ambizioso e lungimirante, ma distante dalle radici di quel pezzo di storia chiamato “Forte Cesare”.

La tesi originale, da cui è stato estratto il testo sopra riportato, venne redatta in inglese da Luca Antonini nel novembre del 2012, con lo stesso titolo, a completamento del suo ciclo di studi con Arca. La professoressa Susan Douglas ha dato un significativo contributo alla revisione del testo al fine dell’adattamento, pubblicato il 24 luglio 2014 nel blog di Arca.

Luca Antonini è laureato in economia all’Università di Torino e ha conseguito il diploma di specializzazione in Criminologia dell’Arte con Arca nell’anno 2012/13. Dalla metà degli anni ’90 lavora in progetti di sviluppo locale e sostenibile co-finanziati dall’Unione Europea. Si è inoltre specializzato nella gestione delle Organizzazioni Non Governative.

For the English version, you may read this earlier post: http://art-crime.blogspot.com/2014/07/forte-cesare-lost-forgotten-and.html.